
Nonostante i tanti miglioramenti della cinofilia, i nostri cani non possono ancora definirsi “sani e salvi”. Tra persone e professionisti coercitivi (purtroppo elevati a modelli dai media), canili lager e abbandoni di strada da fare ce n’è ancora.
Ma ci sono altre trappole per i nostri cani, tanto pericolose quanto diffuse e ignorate da tutti (media, persone, istituzioni, professionisti cinofili di ogni scuola di pensiero). Queste trappole sono molte insidiose perchè ammantate di empatia, emotività, amore… mascherate in questo modo non si vedono e questo purtroppo è un male per i cani.
L’inganno che abbiamo riservato ai cani
L’antropomorfismo, l’umanizzazione, il concetto di pet sono ideali nati per compensare e rispondere ai maltrattamenti subiti dai cani nei decenni passati. Suonerà strano ma la senzienza dei cani è stata riconosciuta solo in tempi recenti (la svolta si è avuta con il Trattato di Lisbona del 2007; nel luglio 2022 un gruppo di scienziati di fama mondiale, tra i quali Stephen Hawking firmano la Dichiarazione di Cambridge sulla Coscienza con la quale si decreta che uccelli e mammiferi, cani inclusi, sono dotati di subtrati neuroanatomici, neurochimici e neurofisiologici della coscienza. In sostanza per la prima volta, la comunità scientifica riconosceva la senzienza dei cani. Da quel momento formale, bisogna garantire ai cani stati mentali positivi come sicurezza, comfort, gratificazione, gioco…).
Quindi in tempi passati il cane veniva maltrattato, senza troppi drammi, proprio perchè non era riconosciuto dai più. La nostra graduale presa di coscienza, negli anni, ha portato alla condizione attuale: i cani sono entrati nelle nostre case, nelle nostre routine, vivono con noi in tutto. A loro è destinata una parte del budget familiare, sono nate strutture ricettive dedicate a loro. Da questo ci siamo accorti di ricevere tantissimi benefici, anche questi dotati di certificazione scientifica.
E’ come se la collettività per farsi scusare degli anni precedenti abbia voluto mostrare un cambiamento esageratamente buono e amorevole. Questo cambiamento però non è stato accompagnato da una genuina consapevolezza su chi sia davvero questo animale che chiamiamo cane. E quando non si conosce si equivoca e così per la smania di amore abbiamo trasformato l’animale cane in pet, una caricatura antropomorfa e umanizzata.
Cioè invece di far nascere il cambiamento su basi etologiche, emotive e sociali condivise e reciproche abbiamo dato la risposta comoda e semplice a totale vantaggio nostro, la risposta che non implica studio e conoscenza da parte nostra: abbiamo snaturato il cane, facendolo diventare altro.
Esattamente come prima, quando si maltrattava il cane perchè non era riconosciuto per il grande animale che era, oggi umanizziamo i cani per lo stesso principio o processo mentale.
Antropomorfismo a valenza positiva e negativa
L’antropomorfismo è l’attribuzione di caratteristiche, qualità e stati mentali tipicamenti umani ad altre entità o animali, in questo caso ai cani. Si tratta di un meccanismo psicologico che spinge le persone ad elevarsi a modello per decifrare e comprendere tutto ciò che non conosce.
Nasce da un bisogno emotivo delle persone, che proiettano al di fuori di se stesse bisogni di affetto, ricerca di conforto, gratificazione personale, egocentrismo cognitivo.
L’antropomorfismo è il processo mentale psicologico che si esprime con l’umanizzazione che è l’atto pratico e concreto etologico. L’umanizzazione altera totalmente lo stile di vita dell’animale cane. E’ qualcosa di etologicamente scorretto.
L’antropomorfismo può avere:
- una valenza positiva: consiste nell’attribuire al cane emozioni, pensieri o ruoli tipicamente umani con l’intento di amarlo;
- una valenza negativa: consiste nell’attribuire al cane intenzioni, stati mentali complessi o giudizi morali tipicamente umani (come il dispetto, la vendetta, la gelosia o il rimorso) per colpevolizzare o punire un suo comportamento (“sa di aver sbagliato”; “quando torno a casa si nasconde ed è pentito”).
Se estremizzati, entrambi i casi sono dannosi per la convivenza (che tradotto vuol dire: sono dannosi per il cane, perchè nello scenario peggiore sarà lui ad essere buttato via, vedi le vergognose e crescenti rinunce di proprietà). Nel primo caso i rischi per il cane sono stress da prossimità e contatto, ansia da separazione cronica, inettitudine, privazione dei fabbisogni etologici; mentre nel secondo la relazione diventa tossica in quanto si attribuisce al cane male fede, vendetta o dispetto a tutto quello che fa.
La Sindrome di Pollyanna
La c.d. sindrome di Pollyanna è un bias cognitivo (cioè una scorciatoia mentale che il cervello utilizza per elaborare più velocemente le informazioni. Questa scorciatoia produce distorsioni e giudizi poco oggettivi, nda) che induce le persone a concentrarsi e ricordare selettivamente gli aspetti positivi, ignorando del tutto o in parte, i segnali negativi.
Questa sindrome si ispira al personaggio dell’omonimo romanzo del 1913 di Eleanor H. Porter. Questa sindrome, correlata con i nostri cani di casa, comporta la loro idealizzazione, conduce ad una positività “tossica” impedendo di cogliere i loro segnali di malessere e/o stress ed emozioni come rabbia, tristezza, disprezzo o disappunto o stati d’animo come malinconia e noia.
Quindi isola il nostro cane, allontanandolo da noi, aumentando gli equivoci, danneggiando la convivenza. I rischi, molto forti, sono:
- scambiare lo stress per gioia (tipico delle interazioni tra cani e bambini, o cani manipolati da estranei o portati nei centri commerciali);
- minimizzare reazioni aggressive (“vuole solo giocare”) o paura (“è timido”);
- Ignorare i segnali d’allerta e di disagio.
In pratica si crede di condividere una relazione e di conoscere il proprio cane, ma nella realtà si proiettano aspettative e stati d’animo propri. Non si tiene conto del cane. La cosa triste è che non ci si rende conto della realtà. Gli aspetti maggiormente critici della sindrome di Pollyanna ricadono sul cane e sulla persona. Il primo si sente distante e isolato in quanto incompreso, mentre la persona non impara a gestire emozioni ed eventi sgradevoli. Questo può compromettere gravemente l’elaborazione del lutto quando il cane non ci sarà più, facendo sprofondare la persona in un abisso. Davvero, pensiamoci.
Sia l’antropomorfismo spinto che la sindrome di Pollyanna sono manifestazioni di analfabetismo emotivo (per lo psicologo Daniel Goleman è l’incapacità di riconoscere, comprendere e gestire le proprie emozioni e quelle altrui). L’analfabetismo emotivo può scaturire da stili genitoriali insicuri o instabili, traumi o abusi o assenza di modelli culturali.
E’ davvero molto importante distinguere una genuina empatia e relazione affettiva da manifestazioni proiettive di analfabetismo emotivo. Il rischio è di convivere senza una profonda relazione, è come se si fosse isolati e distanti.
Le colpe dei professionisti e delle istituzioni cinofile
Questo argomento è un forte tabù che spaventa sia chi maltratta i cani con la coercizione sia gli autoproclamati “gentilisti” (simili a santoni cinofili new age). Non lo si affronta per diverse ragioni:
Ignoranza: non lo si conosce. Purtroppo a tanti professionisti cinofili basta studiare quei 4-5 concetti banali ed elementari e fermarsi lì. La cinofilia è una branca della zoologia, che può e deve essere integrata con altre materie, come ad esempio la psicologia e l’etologia;
Viltà e ipocrisia: si ha paura di essere incolpati di giudicare e risultare antipatici, per evitare grane si tende ad arruffianarsi le persone cercando di creare una propria rete;
Lucro: divulgare informazioni fondamentali ma a forte rischio di impopolarità potrebbe erodere gli incassi e questo non lo si può permettere.
Niente più alibi
Per amare davvero i nostri cani, il minimo che possiamo fare è informarci il più possibile su di loro, anche se questo significa metterci in discussione guardandoci dentro. In fondo uno dei poteri più grandi del cane è proprio quello di farci evolvere.
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