Coprofagia: perchè i cani mangiano la cacca?

La coprofagia, ovvero il comportamento di ingerire le feci, proprie o altrui, è probabilmente il comportamento più detestato da chi vive con un cane.

Le persone, disgustate da questo comportamento, reagiscono impulsivamente affidandosi ad ogni possibile soluzione: dalle sgridate alle punizioni fisiche; dai prodotti repellenti topici ai correttori di sapore.

Quando ogni tentativo di soluzione fallisce, il legame affettivo rischia di spezzarsi. Come ampiamente riportato dalla letteratura scientifica veterinaria, questa rottura può diventare insanabile e condurre all’abbandono del cane o a tragiche richieste di eutanasia.

In Italia la legge tutela gli animali e nessun veterinario può praticare l’eutanasia per motivi comportamentali. Ciononostante, troppi proprietari aggirano l’ostacolo abbandonando il cane o ricorrendo alla rinuncia di proprietà.

Perché si arriva a scelte così estreme?

Perché se il cane viene considerato un “bimbo peloso” o un proprio figlio, vederlo mangiare gli escrementi – propri o altrui – rappresenta uno shock intollerabile per le persone emotivamente più fragili. Quel comportamento rompe bruscamente l’illusione, dimostrando che il cane è un animale che vive secondo i propri schemi etologici. Per la psiche umana questo cortocircuito è un trauma troppo grande: subentrano il disgusto e il ribrezzo verso “quell’essere”. Di conseguenza lo si allontana, pronti a tentare l’esperimento con un nuovo, e temporaneo, “bimbo peloso”.

Insomma l’amore è incondizionato, ma nei termini e nelle condizioni che stabiliscono le persone, se questi vengono violati, ogni decisione è “giusta”.

Proviamo a capire meglio questo comportamento.

Perchè i cani mangiano la cacca?

Questo comportamento nasce da lontano. Il primo atto coprofago di un cane è esibito dalla madre. Nelle prime settimane di vita i cuccioli neonati non sono in grado di badare a se stessi, così tocca alla madre stimolare il riflesso di eliminazione tramite leccamenti dell’area ano-genitale.

Dopodichè la stessa madre ripulisce la tana mangiando le feci dei cuccioli e questo avviene per due importanti ragioni:

  • – Difendere la tana da possibili predatori o avversari che sarebbero attratti dall’odore;
  • – Mantenere la tana pulita e difesa da potenziali parassiti fecali.

Ed è proprio questo il paradosso del comportamento: i cani mangiano la cacca per una questione di igiene e pulizia. Ma c’è dell’altro: questo comportamento paradossale in realtà è un retaggio comportamentale ereditato dal lupo (che con il cane condivide lo stesso antenato, ormai estinto. Inoltre questo aspetto spiega perchè questo comportamento sia molto difficile da eradicare, nda). In natura anche i lupi lo esibiscono per ragioni igieniche e di sopravvivenza: quando un lupo produce feci all’interno o nelle vicinanze della tana tende a mangiarle immediatamente, questo per evitare che eventuali uova di parassiti possano evolversi in larve. In genere questo ciclo avviene entro le 48 ore. Mangiando immediatamente le deiezioni, i canidi proteggono l’intero branco, in particolar modo i cuccioli.

A riprova di questo l’85% dei cani di famiglia tende a mangiare feci fresche e ignora quelle vecchie.

Ma c’è dell’altro

Lo studio del professor Hart (probabilmente lo studio più autorevole di tutto il panorama cinofilo al momento, nda) prova a tracciare un identikit del cane coprofago, tenendo conto di motivazioni emotive e non solo di retaggi comportamentali.

Uno studio che ha coinvolto circa 3000 persone suddivise in due gruppi:

  • – Nel primo (il gruppo di controllo) si sono valutati i cani coprofagi con quelli che non mostravano questo comportamento;
  • – il secondo (il gruppo target) è stata una sorta di focus tra i coprofagi seriali cronici;

L’identikit del cane coprofago che emerge dallo studio è questo:

Maschio castrato o femmina sterilizzata (in entrambe le categorie rappresentavano la maggioranza con il 45,2% e il 30% per i maschi castrati e il 41,7% e il 42% per le femmine sterilizzate), che hanno mostrato questo comportamento in giovane età (comportamento estremizzato e consolidato dai 4 anni in poi), preferendo le feci fresche a quelle vecchie (82% nel primo sondaggio e 85% nel secondo), mangia in maniera vorace (52%), consuma crocchette industriali (82,3%), è stato/a con la madre per almeno sette settimane (59,1%) e vive con uno o più cani (il 24% vive con un cane e il 33% con più cani. Sono da considerarsi tassi di incidenza, nda).

Per il professor Hart la coprofagia è un comportamento fisiologico di specie, frutto di un retaggio comportamentale ereditato dai progenitori selvatici. Tale comportamento può essere considerato una deriva comportamentale o un OCD solo in casi eccezionali.

I cani mangiano la cacca anche per altri motivi

Sebbene la coprofagia sia un comportamento naturale e diffuso (un quarto dei cani è coprofago, nda), questo è particolarmente vero per i cani liberi. I cani di famiglia, al contrario, sono inclini a manifestare questo comportamento per ragioni “non fisiologiche” e quindi può essere un segnale emotivo di “qualcos’altro”.

I cani mangiano la cacca anche in conseguenza di alcuni fattori:

La coprofagia non è quasi mai un comportamento isolato, ma rappresenta spesso il sintomo visibile di un profondo disagio psico-emotivo o di uno stato di ansia e stress cronico. Quando un cane vive in una condizione di malessere prolungato, può mettere in atto questo comportamento come strategia di coping.

Questo stato di sofferenza interna può essere alimentato da diverse cause gestionali e ambientali:

EMOTIVE:

  • Mancato rispetto dell’individualità: Una gestione standardizzata che non tiene conto delle specifiche caratteristiche etologiche, di razza e personali del cane.
  • Metodi coercitivi o punitivi: L’utilizzo di approcci basati sulla paura, sulle urla o sulla forza fisica distrugge la fiducia nel proprietario e innalza i livelli di cortisolo.
  • Routine inadeguate o rigide: Una quotidianità che non rispetta i ritmi biologici dell’animale o che lo priva di esperienze fondamentali (come passeggiate di qualità ed esplorazione olfattiva).
  • Deprivazione ambientale e cognitiva: Ambienti poveri di stimoli mentali inadatti per soddisfare i bisogni cognitivi del cane portano ad una noia frustrante.
  • Spazi di vita degradati: La permanenza in ambienti sporchi, angusti o igienicamente trascurati costringe il cane a convivere stabilmente con i propri rifiuti, alterando la sua naturale inibizione a sporcare vicino al luogo in cui dorme o mangia.

SOCIALI:

  • Isolamento forzato, solitudine cronica e noia: Quando un cane viene relegato a una condizione di isolamento (es. confinato in giardino per molte ore, chiuso in un recinto o lasciato solo in casa per gran parte della giornata), subisce una profonda frustrazione del suo bisogno naturale di socialità. La noia prolungata e la mancanza di stimoli relazionali generano uno stato di vuoto comportamentale. In questi contesti, la coprofagia nasce come un comportamento di riempimento in un ambiente privo di alternative.
  • Apprendimento per imitazione (Emulazione sociale): Se all’interno dello stesso nucleo familiare è presente un cane che manifesta già la coprofagia, gli altri individui – in particolare i cuccioli, i giovani o i più insicuri – possono replicare l’azione per emulazione.
  • Legami di attaccamento, insicurezza e protezione dello spazio: All’interno di un gruppo sociale le dinamiche di attaccamento giocano un ruolo cruciale. I soggetti caratterizzati da profonda insicurezza, fragilità emotiva, o che sviluppano un legame di forte dipendenza verso un compagno, tendono a mettere in atto comportamenti di “pulizia” dello spazio comune. Questa tendenza si accentua se il cane convivente è molto anziano, malato o se viene vissuto come una figura di riferimento e protezione molto forte.
  • Tensioni nel nucleo familiare: I cani sono spugne emotive estremamente sensibili ai conflitti, all’ansia o alla rabbia dei membri umani della famiglia; l’instabilità dell’ambiente domestico si riflette direttamente sul loro benessere.
  • Richiesta di attenzioni e rinforzo involontario: Per un cane che soffre la mancanza di attenzioni, l’indifferenza è una punizione. Questi soggetti imparano presto che avvicinarsi alle feci o mangiarle scatena una reazione umana immediata e plateale, come urla o inseguimenti.
  • Anche se negativa, questa reazione è comunque una forma di interazione. Il cane associa così la coprofagia all’ottenimento di attenzione, cronicizzando il comportamento attraverso questo potente rinforzo involontario. Inoltre impara che il tipo di interazioni che può ottenere dalla propria famiglia saranno conflittuali.

EREDITARI, EPIGENETICI E DI SVILUPPO:

  • Nutrigenomica e alterazione dell’asse intestino-cervello: La nutrigenomica studia come i nutrienti interagiscono con il genoma. Una dieta materna carente o una pessima alimentazione del cucciolo durante lo svezzamento (cibi di scarsa qualità, privi di nutrienti essenziali o biologicamente inappropriati), alterano i marker epigenetici intestinali e compromettono il corretto sviluppo del microbiota (la flora batterica intestinale). Questo squilibrio può indurre stati di ansia generalizzata, alterazioni della percezione del gusto o un senso di fame chimica perenne, spingendo il cane a cercare nelle feci proprie o altrui quei batteri, enzimi e nutrienti che il suo apparato digerente non è in grado di sintetizzare o assimilare correttamente.
  • Stress materno gestazionale e disfunzione dell’asse HPA: Quando una cagna vive una gravidanza caratterizzata da stress cronico, paure, traumi ambientali, isolamento o maltrattamenti, il suo organismo produce massicce quantità di glucocorticoidi. Questi ormoni dello stress (come il cortisolo) superano la barriera placentare e incidono pericolosamente sullo sviluppo del feto. I cuccioli nasceranno con un asse HPA (il sistema neuroendocrino che coordina la risposta allo stress, nda) strutturalmente disfunzionale e iperattivo. Ciò causerà una cronica incapacità di gestire l’ansia e una fortissima vulnerabilità emotiva. Questa carenza biologica di autocontrollo li rende biologicamente inclini a sviluppare comportamenti compulsivi e stereotipati
  • Traumi dello sviluppo, deprivazione sociale e confinamento precoce: Uno svezzamento errato e un distacco precoce dalla madre privano i cuccioli della fondamentale socializzazione con essa e con i fratelli. Se a questo si aggiunge una crescita all’interno di ambienti degradati — come box di canili sovraffollati, gabbie di negozi o recinti piccoli e sporchi — i piccoli subiscono un grave danno da deprivazione sensoriale. In un ambiente povero di stimoli cognitivi e sociali, il cervello del cucciolo non sviluppa correttamente le connessioni neuronali che consentono allostasia e resilienza. In questo quadro, la coprofagia diventa una stereotipia dovuta alla noia e alla frustrazione, che purtroppo tende a persistere anche quando una nuova famiglia accoglie il cane inserendolo in contesti di vita ottimali.

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Come affrontare e risolvere la coprofagia?

Un altro dato incontrovertibile presente nella letteratura scientifica è che la coprofagia non si può risolvere con prodotti repellenti, punizioni o metodi di addestramento coercitivi. In tutti questi casi, le statistiche parlano chiaro: la percentuale di successo raramente si discosta dallo zero per cento.

E allora come uscirne?

Il primo passo intelligente da compiere è documentarsi bene sulla provenienza del cane che abbiamo deciso di accogliere nella nostra vita. Il secondo è farsi affiancare da un professionista esperto fin dalle prime fasi dell’inserimento in famiglia. Anche quando parliamo di coprofagia, ricorrere al “fai da te” o affidarsi ai consigli approssimativi dei gruppi social non porta alcun beneficio; al contrario, il più delle volte finisce solo per peggiorare il benessere psicofisico dell’animale.

Va accettato un punto oggettivo ed indiscutibile: il cane è un animale che può mostrare un comportamento coprofago per ragioni puramente fisiologiche e di specie. Se però notiamo che questa abitudine diventa eccessivamente frequente o cronica, non esistono scorciatoie: è necessario contattare un istruttore cinofilo o un medico veterinario comportamentalista. Gli unici professionisti in grado di appurare se dietro quell’atto si nasconda un reale malessere, strutturare il percorso corretto per porvi rimedio, salvando così la serenità della convivenza.

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