
Quando ci sono di mezzo le adozioni di cani e bambini, la nostra immaginazione si attiva innescando pensieri, idee e reazioni dolci, teneri e positivi. Ma la realtà non sempre tiene conto delle nostre fantasie e così, nel riportarci con i piedi per terra, ci fa precipitare in scenari sconcertanti.
I perchè e i per chi delle adozioni
Il senso genuino di un’adozione è quello di condividere una vita di amore, di accoglimento, di stabilità, di riconoscimento con chi, per diverse ragioni, non l’ha avuta. Per compiere fino in fondo l’adozione e darle il senso di riscatto per la creatura adottata è necessario avere una profonda conoscenza di se stessi: si è in grado di fare questo passo? (caratterialmente, economicamente, fisicamente, ecc.) e una profonda conoscenza di chi sta per essere adottato/a (cosa ha subito? Di cosa ha bisogno? C’è bisogno di un aiuto?).
Va da sè che la decisione di adottare deve essere il culmine di un ricco e denso processo interno. L’adozione non è semplicisticamente “fare una scelta”, ma dare il via ad un cambiamento di vita che riguarda se stessi e la creatura adottata. Un cambiamento di vita si realizza su basi solide e nell’arco del tempo e tale cambiamento non si sceglie: si realizza.
Per realizzare questo cambiamento di vita drastico è necessario: essere centrati su se stessi, sia emotivamente che psicologicamente; essere sicuri della scelta fatta, questo vuol dire accogliere anche le difficoltà che eventualmente si presenteranno; voler condividere questo con chi non ha avuto la stessa sorte: condividere la propria stabilità e il proprio affetto è un atto potentissimo, perchè, in un certo senso, migliora il mondo.
Insomma è semplice buon senso: si adotta perchè si è certi di se stessi e nelle condizioni di poter aiutare qualcuno che è stato lasciato indietro. Del resto aiutare qualcuno richiede una “forza”, una “capacità” o una “possibilità” maggiore rispetto a chi viene aiutato.
Invece, purtroppo, può succedere che l’adozione diventi una sorta di cicatrizzante delle proprie ferite emotive (lutti non elaborati, sensi di colpa, aspettative ingiuste) o una sorta di risarcimento per un malessere vissuto (impossibilità di avere figli, collante per una crisi di coppia, espiazione di una colpa percepita, “mito del salvatore”).
L’illusione del salvataggio: quando le aspettative si infrangono sui reali bisogni di cani e bambini
In poche parole il focus dell’adozione si sposta sugli adulti che adottano: la creatura adottata, senza avere la minima consapevolezza, ha già un ruolo cruciale per la sopravvivenza della famiglia. Un ruolo che non ammette fallimenti, un ruolo che gli addossa tutta la responsabilità del successo o del fallimento e, in quest’ultimo caso, sarà lei a pagare il prezzo più alto.
La maledizione che accomuna molte adozioni di cani e bambini poggia su inconsapevolezza e proiezioni. Si adotta credendo che una creatura indifesa sia pura e candida, bisognosa di “qualunque” affetto, che non avrà pretese o richieste gravose, anzi sia il cane che il bambino mostreranno un’immediata gratitudine, riconosceranno gli adottanti come una famiglia amorevole e ne rispetteranno le regole, porteranno quel senso di riscatto di cui gli adulti hanno estremamente bisogno. Tutto ciò con il solo amore, tanto basta quello, non serve altro.
Adottare significa accogliere la creatura con tutta la sua storia pregressa, spesso segnata da perdite, maltrattamenti, abusi, indifferenza, abbandoni, traumi e paure. E quelle storie non scompaiono nel momento in cui si apre la porta di casa.
Prima o poi, mostreranno le loro angosce (e questo paradossalmente avviene quando la creatura adottata comincia a volersi fidare della nuova famiglia, sarà proprio in quel momento che paleserà le parti di sè che gridano aiuto). Queste angosce si traducono con comportamenti conflittuali più o meno gravi.
Davanti a questa prospettiva, da sempre rifiutata, gli adottanti mostrano paura e incapacità. A questo punto hanno un bivio davanti: chiedere aiuto e farsi carico emotivamente degli eventi (ricordate? Essere centrati e affrontare anche le eventuali difficoltà) oppure salvare se stessi liberandosi di una zavorra che li porta ancora più a fondo.
La paura trasforma i cani e i bambini in resi da mandare indietro
In Italia ogni anno in media le adozioni di bambini hanno un tasso di “fallimento” del 2%. Seppur ufficiale, questo dato è da considerarsi statisticamente cauto. Più studi e ricerche nel campo di specie parlano infatti della ‘punta di un iceberg’: i fallimenti reali e le crisi relazionali sommerse sarebbero superiori. Secondo queste fonti, se si calcolano anche gli allontanamenti informali o l’isolamento emotivo all’interno delle mura domestiche, la percentuale reale di famiglie in crisi profonda salirebbe intorno al 10%; in cinofilia questo tasso sale tra il 15% e il 20% .
Questo succede in quanto si vive un profondo senso di paura, di egoismo e sconforto davanti ad uno scenario che fino a poco prima non era minimamente contemplato. Percependosi soli gli adottanti si sentono traditi e delusi dalla creatura adottata: non risponde alle loro aspettative, ha delle necessità diverse dalla famiglia e, a causa del pregresso, mostra comportamenti strani, incompresi, sgradevoli o opposti al cane o al bambino che è stato chiamato a sostituire.
Le manifestazioni comportamentali di cani e bambini che contribuiscono al fallimento dell’adozione sono incredibilmente speculari e, purtroppo, sono la diretta conseguenza delle pessime esperienze vissute. Queste esperienze compromettono la capacità di allostasi (ovvero la capacità dell’organismo di trovare un equilibrio adattativo modificando la propria fisiologia in una nuova situazione, nda). Al momento dell’adozione si verifica un paradosso: il nuovo stile di vita, per quanto positivo, richiede uno sforzo di comprensione e adattamento che un organismo “indebolito” non riesce a sostenere. La novità viene così percepita come una minaccia, scatenando in modo speculare nelle due specie ipervigilanza, ansia da separazione o aggressività difensiva.
Si rompe lo specchio in cui gli adottanti volevano specchiarsi, la cretura adottata, chiedendo aiuto, li richiama ad una realtà schietta, ma questo è un “trauma” troppo forte per le famiglie che volevano “semplicemente” adottare una creatura da amare secondo i loro “termini e condizioni”.
Per autodifesa è necessario liberarsi da questa condizione, in fondo le intenzioni erano nobili, è stata la creatura adottata a non saper beneficiare di questa occasione. La creatura così vivrà l’ennesimo rifiuto che complicherà ulteriormente la propria vita. E così ad oggi, in cinofilia, le rinunce di proprietà sono arrivate a 25.000/anno e gli abbandoni a 50.000/anno (ovviamente queste cifre risentono anche di altre motivazioni, nda).
Quanto conta davvero decidere con consapevolezza
Dalle richieste di adozione emerge un dato molto significativo ed interessante, anzi per certi aspetti persino paradossale: gli aspiranti adottanti possono legittimamente scegliere se rendersi disponibili all’adozione di un bambino con bisogni speciali (special needs) oppure di un bambino che non presenti particolari necessità assistenziali o sanitarie. In generale, i bambini senza bisogni speciali hanno maggiori probabilità di essere scelti (questa scelta è del tutto legittima e comprensibile, nda).
Il paradosso emerge osservando gli esiti delle adozioni. La letteratura evidenzia infatti che i bambini con bisogni speciali hanno, mediamente, minori probabilità di essere scelti; tuttavia, quando l’adozione avviene, essa tende ad essere più stabile.
Perchè accade questo?
Chi decide di adottare bambini con speciali bisogni, lo fa con profonda consapevolezza. Lo fa scegliendo il benessere di un bambino. Sono persone dotate di una profonda sensibilità, ma anche di competenze: spesso sono medici, psicologi, educatori. Queste persone non cercano il “figlio trofeo” o un senso di riscatto, vogliono condividere la propria vita con chi ne ha bisogno. Al di là delle competenze specifiche, è la migliore dimostrazione che una relazione genuina non può nascere su basi pietistiche e su sensi di colpa da espiare, ma nasce da una personale scelta ponderata.
Per i cani, purtroppo, il discorso è pressocchè identico. Generalmente gli adottanti sceglierebbero un cane giovane o cucciolo, taglia medio-piccola, vivace, socievole, equilibrato e, perchè no, bello, bellissimo. Domanda sincera: un’adozione che poggia su questi presupposti sarà focalizzata sul cane che ha bisogno del nostro aiuto o sugli interessi delle persone di avere un cagnolino “comodo” e “facile” da possedere e ostentare?
E così succede che chi ha davvero bisogno di essere risarcito da una vita di maltrattamenti, abusi e indifferenza, sia spesso proprio chi aspetta più a lungo. Alcuni moriranno in canile. Altri vi trascorreranno anni. Non perché abbiano meno bisogno di una famiglia, ma perché il loro passato li rende meno appetibili del cucciolo perfetto. E’ il marketing delle adozioni del cuore: non “basta” aver bisogno di aiuto, devi saper convincere gli adottanti o sperare di rientrare nella moda del momento.
Le colpe della cinofilia
Per quanto riguarda il mondo delle adozioni canine, siamo di fronte ad una situazione emergenziale. E’ urgente cominciare a tappare l’immenso buco che, negli anni, abbiamo lasciato allargare. La strada da percorrere non è quella di aumentare il numero delle adozioni a qualunque costo, ma di accrescere il senso di responsabilità e la consapevolezza di chi decide di accogliere un cane.
Ormai adottare un cane è diventato sempre più comodo e sempre più semplice. Non lo si nega a nessuno un cane.
Se la legge italiana stabilisce che un percorso di adozione di un bambino non possa essere affidato all’improvvisazione o alla sola buona volontà, prevedendo una rete multidisciplinare composta da psicologi, assistenti sociali, magistrati, avvocati e mediatori culturali che valuta, prepara e sostiene le famiglie prima, durante e dopo l’adozione, nelle adozioni canine non esiste un sistema analogo di garanzie e di professionalità.
In cinofilia, di fatto, chiunque può aprire una pagina social, definirsi “volontario” o “staffettista” e iniziare a gestire adozioni, spostare animali e fornire indicazioni alle famiglie, senza che sia richiesta una formazione specifica o una reale competenza in comportamento animale, valutazione delle famiglie o gestione della relazione uomo-cane.
Il momento più delicato dell’intero percorso – l’incontro tra un cane e la sua futura famiglia – viene così affidato, troppo spesso, all’improvvisazione, alla saccenza, all’incompetenza o a logiche esclusivamente emotive.
Per adottare un bambino lo Stato pretende anni di valutazioni, colloqui, formazione e sostegno. Per adottare un cane, troppo spesso, è sufficiente una chat su WhatsApp, qualche fotografia, un modulo compilato in fretta e una staffetta organizzata sui social (il più delle volte da deleteri spostacani, nda). Eppure, in entrambi i casi, si sta costruendo una relazione destinata a durare dieci, quindici o anche vent’anni.
E nell’eventualità che non si voglia più il “giocattolo-cane”, lo si può buttare via tramite il web o social o portarlo al canile più vicino (di solito queste azioni sono accompagnate dalla frase: “non giudicate”; in pratica le persone che stanno buttando via il cane non vogliono essere insolentite da richieste di chiarimenti, spiegazioni o polemiche…).
A tutto questo bisogna aggiungerci un’assenza sostanziale delle varie istituzioni insieme ad una cinofilia sempre più evanescente e “new age”, incapace di divulgare una corretta e sana informazione etologico-cinofila e incapace di richiamare le famiglie ad un senso di responsabilità. Invece di educare e accompagnare le persone verso una maggiore consapevolezza, si finisce per inseguire il consenso, assecondando a tutti i costi aspettative e desideri dei clienti pur di sopravvivere.
Basta pensare a questo dato: negli ultimi 15 anni in Europa gli sport cinofili e discipline varie (che sono quelli che interessano, divertono e coinvolgono le persone) sono cresciuti con una percentuale che oscilla tra il 60% e il 120%. L’incremento maggiore è conseguenza della diffusione dei social, dove le persone possono esporre e ostentare loro stesse (di certo non lo fanno i cani, a loro non serve ostentare). Ad oggi si contano almeno 40/50 discipline da praticare con il cane. Il problema però è proprio questo: una maggiore diffusione di cani e di attività pensate da fare con loro non implica una maggiore diffusione di cultura cinofila (che riguardi il benessere dell’animale cane che è responsabilità delle persone).
Il risultato è un sistema che spesso preferisce rassicurare e divertire invece di educare, vendere soluzioni invece di costruire competenze. Ma un cane ha bisogno di persone preparate.
Per approfondire:
LIBRO: Sei felice? – quanto costa ai cani il nostro <<amore incodizionato>>
Adozioni, anche l’Italia scopre il fallimento
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